19.12.2022

Gli investitori stranieri puntano sugli hotel italiani. Si lavora per ripartire nel 2023

Sempre più catene estere guardano alle strutture italiane perché il Belpaese è ancora considerato molto appetibile come meta turistica, nonostante la pandemia e le rigide restrizioni. L’italianità dell’offerta, però, non sembra essere a rischio: chi viene da noi vuole vivere lo stile che ci contraddistingue; a costo di spendere grosse cifre.

Una cosa è certa, l’Italia continua a essere una meta turistica molto appetibile. Nonostante una situazione epidemiologica ancora precaria e restrizioni che perdurano più del previsto e in modo più severo che in altri Paesi gli investitori dell’hotellerie credono nella bellezza della Penisola, considerato anche che il valore degli investimenti nel settore alberghiero nel corso del 2020 in Italia è stato di circa un miliardo di euro. I numeri, dal punto di vista del valore assoluto, sono in calo del 68% rispetto al picco raggiunto nel 2019, che però è stato un anno record: rispetto ai volumi degli ultimi cinque anni il calo si può calcolare intorno al -25%. Segni che, tuttavia, significano qualcosa di positivo se inseriti nel contesto catastrofico che perdura da febbraio 2020 e ha “eliminato” due Pasque, un Natale e buone parti d’estate.

Investimenti stranieri: pro e contro

Messo questo punto fermo sul fascino degli alberghi italiani – forse più per il valore turistico del territorio piuttosto che sull’effettiva bontà delle strutture – va però analizzato chi sono gli investitori. Perché dando un’occhiata alle operazioni portate a termine verrebbe da pensare che sono più stranieri che italiani. E questo rischia di risultare negativo per il mercato nazionale e per i piccoli imprenditori che hanno fatto la storia dell’accoglienza italiana.

Nel 2019 secondo uno studio di Ernest&Young nel settore alberghiero si erano concluse operazioni per 3,3 miliardi, in crescita del 158% rispetto all’anno precedente. L’83% delle transazioni era stata completata da capitali stranieri, contro il 45% registrato nel 2018. Nel 2019 sono passati di mano 91 hotel e 11.400 camere. A livello geografico la quota principale del capitale investito è riconducibile a Venezia (20,8%), seguita da Roma (14,4%) e poi Catania, Milano, Firenze e Genova tutte con quote tra l’8% e il 10%.

Se è vero che gli investitori stranieri guardano da tempo agli asset turistici italiani, altrettanto vero è che la crisi ha innescato nuovi investimenti immobiliari. Il gruppo francese Covivio a settembre 2020 ha acquistato per 573 milioni di euro sette alberghi italiani, tra cui l’Exedra di Roma dal fondo Varde Partners, che a sua volta lo aveva comprato per 150 milioni dalla famiglia Boscolo. Il fondo Elliott ha venduto il Bauer di Venezia al gruppo immobiliare austriaco Signa.

La più grande operazione registrata è la vendita da parte di Varde Partners degli hotel Dedica Anthology a Covivio (circa 330 milioni per gli immobili italiani), mentre il più rilevante deal di asset singolo è stata la vendita da parte di Elliott/Blue Skye del Palazzo Bauer di Venezia all’investitore austriaco Signa.

Per quanto riguarda il futuro, per i prossimi investimenti sono privilegiate le destinazioni alternative alle grandi città d’arte e l’attenzione degli investitori si concentra su luxury, resort, lifestyle e soluzioni ibride, in grado di diversificare le fonti di reddito, su resort e hotel lifestyle. La pipeline per il 2021 vedeva 100 alberghi in apertura con oltre 17mila camere, di cui 64 invia di costruzione e 36 pianificati. Location alternative come Trieste, Bergamo, Bologna, Cortina d’Ampezzo, Perugia hanno mostrato particolare resilienza, mentre le fantastiche quattro (Milano, Venezia, Firenze e Roma), dove si concentra il 78% dei valori patrimoniali alberghieri delle città – su un totale del patrimonio immobiliare alberghiero italiano di oltre 117 miliardi stimati nel 2020 – restano penalizzate dal blocco dei flussi stranieri.

I grandi progetti in mano agli stranieri

La maggior parte dei grandi progetti sono in gran parte di marchio straniero. In particolare, la tendenza è quella di rilevare alberghi e palazzi storici che vengono acquistati per essere destinati ad alberghi. Si tratta di progetti di altissimo profilo che fanno seguito ad altre operazioni già avviate negli ultimi anni.
La tendenza è quella di proporre un’offerta alberghiera che va verso il “grande” e per questo il business delle grandi catene sembra essere il più credibile. Anche perché i movimenti degli investitori sono fatti per farsi trovare pronti nel 2023, quando la macchina del turismo internazionale ripartirà.
Catene straniere possono portare ancor più turisti stranieri e questo per il Sistema Italia non può che essere vantaggioso perché l’indotto generato da questi è molto ricco. La speranza è che le strutture mantengano il più possibile il personale italiano, il quale deve però aggiornarsi, formarsi e ampliare gli orizzonti per farsi trovare pronto.